Intervista sul futuro del progetto Serpica Naro.

A partire dal 26 febbraio, giorno in cui serpica si svela come prodotto della natura precaria, la Camera della Moda, che gestisce un sistema di lobbing mediato formidabile, non può far altro che richiamare le proprie file al silenzio sommesso. Le forze dell’ordine, che vi intercettano e vi seguono passo dopo passo, lungo tutta la settimana della moda, affermano che non era possibile comprendere e prevenire un’idea così complessa che nelle sue infinite articolazioni sembrava semplicemente la somma caotica di mille eventi diversi. Come vi è venuta l’idea dell’operazione?

Abbiamo sempre visto nella settimana della moda un senso del tutto simile a quello di un centro commerciale: è un avamposto ideologico, cioè una rete logistica attraverso la quale si propaganda e si favorisce un'organizzazione sociale fondata sul consumo futile e reiterato, su immaginari nei quali i valori sono la competizione, l'atomizzazione dell'individuo e il superfluo.
Se vivi a milano, nelle mille esperienze per sbarcare il lunario, qualcosa tangente alla moda e al design si trova sempre. Ma non sono quei lavori con i lustrini che uno si immagina. Nella breve settimana della moda infatti centinaia di precari lavorano 12-15 ore al giorno per montare, smontare e far funzionare ciò che produce un movimento di 10 miliardi di euro, e da cui però guadagnano solo una minima fetta.
La contestazione della settimana della moda era nei nostri cuori e nelle nostre menti da tempo, stavamo cercando solo la chiave giusta per infiltrarci nel suo meccanismo.
Abbiamo così cercato di capire quale sarebbe stato il modo migliore per mostrare tutto questo durante la settimana della moda, senza rischiare di essere messi sotto silenzio dai media main stream, che in quei giorni si occupano di tutt'altro.
Anagrammando San Precario paladino di tutti/e noi precari e precarie ne è uscito, fra molte combinazioni quella di Serpica Naro.

Serpica Naro conteneva in sé San Precario, sin dall’inizio. Il nome già celava la sua vera essenza. L’operazione aveva molti livelli d’azione che a sua volta coinvolgevano gruppi di persone diverse: la creazione del personaggio virtuale e la sua emanazione nei media, la costruzione della sfilata, il coinvolgimenti delle autoproduzioni, la gestione logistica della tensiostruttura e dei permessi, le relazioni con i lavoratori all’interno del circuito moda. Dopo la rivelazione tutti questi livelli si sono palesati e soprattutto si è reso evidente come l’essere stati accettati nel calendario ufficiale della Camera Nazionale della Moda non era lo scopo supremo, ma piuttosto lo erano le relazioni che si sono instaurate tra creativi precari e i precari e la propria creatività, i valori che si sono condivisi all’interno di una cornice di conflitto.
Dall'esperienza di Serpica Naro abbiamo compreso che a molt* precar* è stato possibile esercitare conflitto anche di fronte a giganti del business apparentemente inattaccabili perché la loro evidente ricattabilità è stata aggirata tutelando l'anonimato di chi ha fatto circolare informazioni o ha prestato le proprie competenze e le proprie capacità per la riuscita dell'operazione. Le reti di precari*, attive e solidali, hanno fatto il resto.
Il meccanismo è semplice ma dirompente. Di fronte a flessibilità e sfruttamento non c'è fedeltà alle imprese che tenga, si possono creare complicità e relazioni in chiave antiaziendale con estrema facilità: terribile virus per chi propugna frammentazione di ogni rapporto sociale e lavorativo.

Rimane una questione da capire: è stata una colossale beffa o una visione dirompente del futuro? Ovvero, cosa è successo dopo?

Il marchio Serpica Naro, che avevamo dovuto registrare per partecipare ufficialmente al Calendario, è stato liberato proprio nel 2006 attraverso una licenza che si richiama nei suoi principi a quell elaborate da Creative Commons per software e musica. Il marchio Serpica Naro è quindi libero di essere utilizzato da tutti a patto che le creazioni che gli appongono il marchio siano liberamente riproducibili, e che i prodotti derivati siano rilasciati secondo la medesima licenza. Essa mette a disposizione, in condivisione, la creatività, l'abilità, ma anche la capacità e la decisione di non fare uso di pratiche di sfruttamento lavorativo nella catena produttiva/distributiva e la necessità di reinnestare nel sociale il valore che produce.

Dopo Serpica Naro in molti chiedevano dove poter acquistare i capi Serpici. Una fascinazione rispetto all'operazione stessa un po' glamourous, ma anche voglia di uscire dal seriale, dall'angoscia di essere universalmente griffati, per riappropriarsi di uno stile più personale, più etico e "pulito" senza per forza intubarsi in sacchi di juta solidali.
Ci vorrebbe un luogo in cui sai che stai comprando abiti più liberi dallo sfruttamento perché prodotti da piccoli artigiani. In particolare se lavori nel campo della moda, della comunicazione sociale, del mass media, dello spettacolo, potrebbe essere davvero interessante diffondere gli abiti e gli accessori legatia Serpica ma vale per qualsiasi ambito lavorativo in cui la precarietà ci strozza come segno di relazioni irriducibili alle logiche dell'azienda precarizzatrice.

C’è il desiderio di un luogo, reale o virtuale, dove andare a procurarsi abiti in cui sai che tutto quello che compri è prodotto da artigian*, piccol* produttori/produttrici o filiere produttive garantite che salvaguardinoo il più possibile la deprecarizzazione del lavoro. Un luogo in cui scambi liberi e no profit, sia di abiti che di idee, siano favoriti e incoraggiati. Uno stile che permetta di riconoscersi ed entrare in contatto con una rete di relazioni che prevedono il protagonismo precario.
Oggi, combattere la precarietà non significa necessariamente attivarsi il lotte sindacali ma anche sottrarsi al giogo del neoliberismo per sperimentare diverse economie.

Una licenza libera di un marchio registrato: niente di simile è mai stato sperimentato. Un’idea sociale del futuro o una licenza artistica?

Licenziare un marchio per noi ha significato condividere tutti i diritti che la legge riserva al proprietario dei marchi registrati. Il vero proprietario di un processo sociale è la collettività che sa condividere saperi ed esperienze e attraverso questo metodo riesce a fare breccia nell'istituzione della precarietà.
Serpica Naro ha sempre fatto riferimento alla comunità hacker che ha portato all'esperienza del freesoftware come liberazione dei saperi, attraverso la licenza gpl. Ma un software non è una maglietta! Non avremmo potuto rilasciare il marchio sotto una licenza free tipica del software: dovevamo elaborare una licenza che tenesse in considerazione il problema della libertà di un prodotto materiale. Il marchio registrato si differenzia sia dal brevetto che dal copyright, pur essendo parte integrante delle leggi sulla proprietà intellettuale. Il passaggio da lavoro immateriale a produzione reale ci impone di prendere in considerazione da un lato la serializzazione e dall'altro il rapporto tra produzione libera e autonoma e produzione industriale, perchè ciò che vogliamo valorizzare tramite il brand Serpica Naro non è il capo di uno stilista affermato, ma la viralità dei meccanismi di partecipazione nei processi sociali. Serpica Naro è un MetaBrand! E per questo motivo la licenza è stata scritta ex novo prendendo spunto dalle esperienze Creative Commons.

In cosa consiste il passaggio dal media mainstream al Media Sociale, quale è il MetaBrand?

Il Media Sociale nasce sia dalla considerazione che la Comunicazione costituisca un campo strategico del conflitto. L'esperienza ci ha dimostrato come il media mainstream non sia un ambito sul quale confrontarsi, accettando le sue regole per poi tentare di infrangerle creativamente: crediamo che non basti piu', anzi, che non serva.
Il Media Sociale è la forma di Comunicazione che nasce dal partecip_attivismo dei precari, non riconducibile alla riproduzione della merce. E' in grado di rappresentarli e costituire allo stesso tempo una forma di cospirazione non riassumibile e rielaborabile dagli strumenti della produzione neoliberista.
Il Media Sociale sovrasta il media mainstream, infiltrandone ogni anfratto e comparendo come qualcosa di non omologabile e non riducibile al profitto. Serpica Naro è un esempio di quello che intendiamo per media sociale. Il media sociale è uno strumento per innestare nuovi valori all’interno di quelli dominanti.
Serpica da brand come tutti gli altri, creato a tavolino dal mercato per determinare delle relazioni (vuote) che incanalano al consumo si è rivelata l'opposto: ossia un MetaBrand creato da relazioni reali che si autorappresentavano in essa producendo valorizzazione sociale (di chi lo produceva) e valore (che deve essere reincanalare nel sociale).
La possibilità di attivare meccanismi di produzione materiale e simbolica che alla fine sottraggono alla società dei brand capacità, fascino, relazioni e consumo - sfrenato ed annoiato - per rimetterle in circolazione sotto forma di produzione politica in positivo, sociale, relazionale e materiale -incrinando nel contempo la morsa delle imprese sul lavoro (ricatto) e la dittatura dello stato sul sociale (stato sociale selettivo e punitivo).

Il marchio che tutelava la qualità del Brand si è trasformato in uno strumento per mantenere il monopolio di produrre oggetti comuni con un margine di profitto alto. Il brand si pone quindi al vertice di una piramide che concentra ricchezza e produce sfruttamento nei tre livelli della creatività, della produzione e della vendita emanando immaginari e valori costruiti a tavolino.

Il MetaBrand invece dissolve quella piramide e innesca un circolo virtuoso che ha come strumento la costruzione di un Brand a partire da valori e immaginari incarnati dalla complicità precaria e il cui valore è immediatamente redistribuito dalla sua Licenza, moltiplicatrice di relazioni e conoscenze tra creativi, produttori e venditori (figure spesso presenti nella stessa persona).
Serpica Naro è un’idea di riqualificazione del sociale, di valorizzazione delle relazioni che vi si instaurano. Nasce dal sociale stesso contrariamente al Brand che lo vampirizza con lo scopo di ridefinirlo ad immagine e somiglianza delle necessità di consumo. Un Media Sociale restituisce al sociale ciò che gli appartiene: l’anima e le idee, i corpi e le relazioni.